Un racconto in moto in quattro soste, dal Lago di Campotosto al Lago di Scandarello

Prologo
Arrivi a Campotosto che il sole ha appena scavalcato i Monti della Laga. Spegni il motore e per un momento non succede niente. Il lago è lì, a più di milletrecento metri, grande e fermo, e la luce arriva di taglio sull’acqua come se qualcuno l’avesse accesa per te. Prendi la macchina fotografica prima ancora di toglierti i guanti.
Non è un passo alpino da copertina. Non ci sono tornanti da cartolina né numeri da incidere su un adesivo. È una strada che ti chiede di rallentare, e la prima cosa che impari è che la fotografia e la moto, qui, vanno alla stessa velocità: lentamente. Poco meno di quaranta chilometri in linea diretta, una cinquantina se ti lasci tentare dalle soste, da un lago all’altro e da una regione all’altra.
Si parte. Primo caffè, prima luce.
Capitolo I · Campotosto
Il lago più grande, prima del rumore
Campotosto è il più grande lago artificiale d’Abruzzo, nato per alimentare le centrali idroelettriche e oggi dentro il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Dalle sponde il paesaggio è aperto, quasi nudo: prati, boschi lontani, le creste della Laga che si specchiano quando il vento cala. Il paese e Mascioni sono i centri che si affacciano sull’acqua, e intorno non c’è quasi altro.

Se arrivi presto, il lago è tuo. Le ore buone per fotografare sono le prime, quando l’aria è fredda e ferma e il riflesso regge. Scatta in orizzontale, tieni la moto in primo piano e lascia che l’acqua faccia il resto.
Il primo lago non si attraversa. Si guarda finché smette di sembrare un posto e diventa un’aria.
Quando il sole alza il tiro, rimetti i guanti. La strada comincia qui.
Poco meno di quaranta chilometri di curve concatenate
Capitolo II · Poggio Cancelli e la SS577
Curve che chiedono di rallentare
Esci dal paese e prendi la SS577. Passi Poggio Cancelli, dove la carreggiata si stringe e il bosco arriva fino al guardrail. Le curve sono continue e ben legate, mai estreme: è una strada da guidare con le spalle sciolte, lasciando che sia la moto a scegliere il ritmo. Chi la conosce dice che non è la strada dei record. È la strada del filo che non si spezza.

Il fondo è di qualità media e in alcuni tratti la visibilità è ridotta dalla forma del terreno: tieni gli occhi sull’asfalto e non solo sul panorama. Ogni tanto il bosco si apre e vedi la valle, e senti il bisogno di fermarti. Fermati, ma in una piazzola, mai in curva. Una foto non vale il rischio.
Qui la velocità giusta è quella a cui riesci ancora a guardare.
A un certo punto l’Abruzzo finisce e comincia il Lazio. Non c’è una linea, non c’è un cartello che ti prepari: cambiano il bosco, i pendii si fanno più morbidi, le vallate più larghe. Scendi di quota, l’aria si scalda di qualche grado e il rumore del motore cambia nel casco.
Dal bosco alla piazza, una discesa lenta
Capitolo III · Amatrice
La sosta che pesa
Arrivi ad Amatrice e capisci che la strada era solo la metà del viaggio. Il paese è ancora in ricostruzione dopo il terremoto del 2016, tra cantieri e case nuove. Parcheggia in piazza, togli il casco e lascia la macchina nello zaino per un po’. Guardare prima di fotografare è una forma di rispetto.

Poi, se hai fame, qui l’amatriciana si mangia dove è nata: guanciale, pecorino, pomodoro, niente altro. Ordinala e siediti senza fretta. È il pranzo che chiude la parte più lunga del viaggio, e ti ricorda che il motivo per cui si viaggia lentamente è spesso questo: sedersi a un tavolo in un posto che ha ancora molto da raccontare.
Alcuni luoghi non chiedono di essere fotografati. Chiedono di essere ascoltati.
Ultimi chilometri, il bosco che si richiude
Capitolo IV · Lago di Scandarello
Il quarto d’ora del riflesso
L’ultimo tratto porta al Lago di Scandarello, a circa 870 metri, nato negli anni Venti con una diga sul torrente che gli dà il nome. È più piccolo e più intimo di Campotosto, chiuso tra pendii boscosi. L’acqua è scura e la luce cambia in fretta.

Se hai scelto bene l’ora, c’è un quarto d’ora in cui il riflesso delle montagne è perfetto e il silenzio ti entra nelle orecchie. Cavalletto, macchina, nessuna fretta. Gli appassionati di fotografia lo sanno: la foto migliore del viaggio è quasi sempre l’ultima, quella che scatti senza più aspettarti niente.
Il primo lago ti aspetta. Il secondo ti saluta.
Epilogo
Se il giorno è ancora lungo, torna per la stessa strada. Le stesse curve, percorse al contrario, sembrano un’altra strada: la luce arriva da dietro e il lago che prima ti aspettava davanti ora ti saluta nello specchietto. Quando spegni il motore a casa, il casco sul sedile e la scheda piena di foto, ti accorgi che non ricordi quanti chilometri hai fatto. Ricordi i due laghi.


